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Lo veeedi ecco Mariiino 3.0

Da qualche mese la politica a Roma ha preso le forme del tifo calcistico più grossolano. E quindi – a destra come a sinistra – o sei contro Marino e lo consideri un perfetto imbecille, o l’imbecille sei tu, che non hai a cuore Roma. Ora, premettendo che Ignazio Marino non mi suscita alcuna simpatia epidermica (anzi), a me questa logica – per dirla chiaramente – fa schifo.

Innegabilmente, Marino sta compiendo degli errori.

E non mi riferisco solo al “Panda-gate”, vicenda che ha gestito con modi ridicoli e isterici facendola risaltare lui stesso come una questione ben più grave di quanto non fosse (con somma gioia di alcuni editori, peraltro..).

Trovo, ad esempio, sbagliato l’intervento sul traffico e sulle strisce blu, ad esempio.

E molto grave la mancanza di un piano d’intervento strutturale sul trasporto pubblico. Perché ad annegare nell’inefficienza dell’Atac sono soprattutto le zone (e le fasce) più “deboli”, cioè proprio quelle periferie dove la crisi sta aumentando le distanze e favorendo i focolai di disagio.

E tante altre cose.

Però, altrettanto innegabilmente, Marino sta anche facendo bene. La chiusura della discarica di Malagrotta (e il conseguente colpo inferto all’impero di Cerroni) è un atto sacrosanto per la salute dei cittadini che Roma aspettava da anni, ma che le amministrazioni – sempre da anni – rimandavano a colpi di rinnovi temporanei. E stiamo parlando di salute, non di simpatia. La lotta all’abusivismo commerciale e (finalmente!) ai paninari-bibitari-caldarrostari targati Tredicine finora non l’aveva fatta nessuno. L’apertura di un primo tratto della metro C non è un semplice taglio di nastro perché – è bene ricordarlo a chi, in questi giorni ha la memoria molto molto corta – una delle prime spine che la giunta ha dovuto affrontare (e non rimandare, nascondere o posticipare) era proprio il blocco dei cantieri. La pedonalizzazione del tridente, poi, non l’aveva messa in atto neanche l’osannato Veltroni, che pure ne parlava. Così come nessun sindaco aveva razionalizzato le licenze natalizie per Piazza Navona facendola diventare un suk di chincaglierie varie. Non ha consentito (e non consente), poi, che attraverso la pratica squallida della manovra d’aula, i consiglieri comunali possano pasturare impunemente i propri bacini elettorali elargendo qualche migliaio di euro ad associazioni, gruppi e comitati amici.

Ha dimostrato, quindi, di non essere schiavo dei meccanismi che per anni hanno dominato su Roma dall’interno e dall’esterno dell’aula consiliare, e che adesso vogliono prepotentemente tornare a governarla.

Ma questo post non vuole essere una bilancia. Non mi interessa – ora come ora – capire quale piatto pesi di più. Credo però che queste opposte percezioni siano un esempio calzante di come il sindaco voli alto nella sua idea (ambiziosa e irrealizzabile) di rivoluzionare Roma cambiando in un colpo solo sia le abitudini dei cittadini che quelle della politica ma, contemporaneamente, sbagli i tempi e la direzione del suo “volo”. Perché oggi lo sguardo di chi deve affrontare quotidianamente i problemi legati alla mancanza di lavoro, di opportunità, di assistenza, è rivolto a terra. Ed è uno sguardo che cerca un’amministrazione capace di affrontare con determinazione (e senza improvvisazioni) i problemi di ordine sociale ed economico. E che, al centrosinistra, non può e non deve sfuggire.

Il sindaco va riportato a terra, dunque. Ma questo compito spetterebbe a un partito serio, capace di tenere sempre la rotta verso un obiettivo di ampio respiro, verso un’idea nuova di città che riguardi Piazza Navona e Tor Sapienza contemporaneamente.

Perché se sono sbagliate alcune prese di posizione di Marino, è gravissima quella del Partito Democratico di Roma. I sondaggi negativi resi pubblici ad arte, le dichiarazioni balbettanti, le richieste di azzeramento della giunta, evidenziano solo come qualcuno stia sgomitando per il potere, non per la città. E come l’indirizzo del sindaco deve essere corretto nettamente, questa manifestazione putrescente della peggior politica deve essere estirpata.

Le vittoriose sconfitte

Il Pd ha perso il ballottaggio a Livorno. E a Perugia, Potenza e Padova.

Ok. Sembra assurdo ma è l’evidenza.

Ci deve ragionare, il Pd. E soprattutto Matteo Renzi. Che senza dubbio deve finire di scardinare quelle che – a mio avviso perfettamente – il segretario ha definito “vecchie rendite”. Ma che deve anche leggere questi risultati come un segnale chiaro: in questo momento a nessuno si perdonano “perdite di tempo” e “tentennamenti”. E proprio per questo: riforme, subito. E risultati, ancora prima.

In modo che poi, senza le vecchie rendite, si vinca ancora meglio. Anche a Livorno, a Perugia, Potenza e Padova.

P.S. La battuta “la sinistra perde Livorno. Ma non c’era già il Pd??” era un po’ scontata, ma mi ha fatto ridere parecchio!

“Totocalcio” e “Palio di Siena”. Riflessioni sulle elezioni europee.

Al netto dell’ inconsistenza politica dal proprietario del M5s, gli anatemi lanciati durante l’esibizione sul palcoscenico sapientemente allestito dal complice Bruno Vespa (altro che Santoro-Berlusconi…) hanno apertamente palesato come voglia traformare il voto europeo di domenica in un triplo referendum su Governo, Napolitano (e le larghe intese), e sul Pd.

[NDR. In particolare sul Pd. Che è ormai diventato il nemico numero uno dei pentastellati, il male assoluto. Come se poi – permettetemi la battuta – avesse mai fatto male a qualcuno, il povero Pd, se si esclude il fegato dei suoi militanti…]

Come nel più banale totocalcio, le opzioni sono tre: 1, X, 2.

OPIZIONE 1. Dando per assodato il collasso di Forza Italia (a cui comunque non credo finché non lo vedo) possiamo considerare una vittoria del Pd ottenere un risultato di qualche punto percentuale superiore al M5s.

Dico senza timore, però, che se il Pd scendesse sotto il 31% farei comunque fatica a considerarla una grande vittoria…

Comunque, in questo caso il “comando del gioco” tornerebbe in pieno a Renzi. A cui però consiglierei di accelerare (e molto) sulla approvazione della nuova legge elettorale e sulla riforma del Senato. Per non dare l’impressione che alla luce di un risultato elettorale positivo, preferisca arroccarsi su poltrone e posizioni acquisite, perdendo lo slancio “innovatore” che innegabilmente, comunque la si pensi, ne ha caratterizzato l’ascesa.

Certo, in questo caso bisognerebbe chiedersi cosa ne sarebbe del M5s. Beninteso, non come forza politica, ma come “tipo” di forza politica. Potrebbe sbocciare davvero, definitivamente (e democraticamente, vien da dire..) indipendente dal duo Grillo-Casaleggio, che finora, per strategia o per tornaconto, lo hanno reso solo un megafono di cattiveria, acredine, bullismo e qualunquismo. Ridando sostanza a quei “ragazzi molto preparati” di cui Grillo parla, di cui si fa scudo (spesso), grazie a cui si fa forte (sempre), ma a cui toglie spazio, indipendenza e margine di iniziativa politica.

OPZIONE 2. A una vittoria del M5s mi interesserebbe anche assistere. Se stessi leggendo un libro di Isaac Asimov. In realtà rabbrividisco, al solo pensiero.

Grillo durate le sue performances ha più volte ventilato l’ipotesi “assedio al Quirinale”come l’unica percorribile. L’unica valida per pretendere lo scioglimento delle camere, le dimissioni del Presidente della Repubblica, elezioni ecc. ecc.

Ora, sorvolando sui modi fascisti con cui l’ipotesi è stata prospettata, politicamente cosa cambierebbe? Un cambio di maggioranza? Un radicale e immediato cambio di rotta e di corso? Ne dubito. Nuove elezioni porterebbero alla stessa situazione di impasse vissuta nel 2013. Della serie, “cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia”. Si badi, non sto dicendo che non voglio nuove elezioni o che ne ho paura [specificazione ad uso e consumo deiprofessionisti della polemica sterile], né che mi scandalizzerebbe vedere Grillo (o chi per lui) alle prese con la formazione di un governo. E’ la politica. Dico solo che – giocoforza – il governo sarebbe nuovamente di larghe intese.

Anzi, quasi quasi me lo immagino, mentre tra due ali di fedeli adepti (e rigorosamente in streaming), si affanna nel ruolo di novello Gargamella, Ebetino ecc..

OPZIONE X. E se invece la strategia di Grillo e Casaleggio fosse quella di puntare proprio al pareggio? Vedi troppo calcio Loré, e soprattutto troppo Mourinho, direte voi. Eppure, secondo me, questo è il centro della strategia di Grillo. [Ulteriore specificazione: di Grillo, non dei militanti del M5s, perché non li insulto né li disprezzo]. Un eventuale risultato di partità (punto percentuale in più o in meno) tra Pd e M5s non farebbe altro che far risorgere Berlusconi, rendendolo ago determinante di una delicatissima bilancia, sui cui piatti Napolitano dovrà pesare una nuova “larghissima” intesa di governo (Pd, Ncd, Forza Italia ecc.) con gli obiettivi di sempre e la perenne ingovernabilità garantita da nuovi risultati elettorali.

E a poco più di un mese dal semestre italiano di presidenza europea che cosa sceglierà Napolitano?

Un pareggio, dunque, rifornendo di benzina il serbatoio (ormai praticamente a secco) delle larghe intese, garantirebbe a Grillo e ai suoi metodi ancora nuovo spazio e nuova linfa.

Quella di Grillo non è una rivoluzione, quindi. Non ci va nemmeno vicino.

E’ solo l’ennesima edizione della politica alla “Palio di Siena”. Del fare di tutto perché comunque, alla fine, non vinca la contrada nemica.

Per tutto il resto, poi, basta un bel “Vaffa-Day”.