Solo i capolavori dell’arte resistono all’inesorabile scorrere del tempo.

Donato Carrisi è senza dubbio tra i migliori autori di thriller in Italia. Forse il migliore in assoluto. Thriller intensi, con un ritmo simile a un film dell’orrore. Di quei film horror ben fatti, pero’. Quelli che ti incollano alle poltrone del cinema proprio come le storie di Carrisi ti fanno rimanere incollato alle pagine del libro.

L’ipotesi del male non fa eccezione, costruito in diversi registri attorno ad un temi piu’ adatti al genere: le sparizioni. Nella trama si avverte la comprensione – senza assoluzioni preconcette, pero’ – per chi desidera sparire per diserazione, perchè sfinito, sconfitto, dalle difficoltà della vita. Ma, allo stesso tempo anche il riconoscimento delle viltà di molti tra i volti raffigurati sugli identikit appesi alle mura dell’ufficio dei poliziotti protagonisti, scomparsi lasciando qualcun altro alle prese con le stesse difficoltà e con lo stesso dolore. Ritrovare quei volti, quindi, diventa quasi una necessità, una malattia. Un’esigenza (“io li cerco, li cerco sempre”) all’apparenza inspiegabile ma capace di unire investigatori diversissimi tra loro. Gli investigatori potranno guardare in faccia “Kairus”, il “Signore della buonanotte” solo mettendo in discussione molto, quasi tutto, della loro vita personale: Mila Vasquez (già ne “il Suggeritore”, gran libro peraltro), che dovrà affrontare il suo passato e le sue conseguenti difficoltà nell’essere madre, e Simon Berish, sarà costretto ad uscire dalla “vergognosa” routine di poliziotto reietto.
Peccato, pero’, che la spiegazione degli efferati omicidi attorno a cui ruota la prima parte del libro si perda un po’ con il complicarsi della trama ed il susseguirsi dei colpi di scena, fino quasi a farli diventare ininfluenti per lo sviluppo di una storia in grado, comunque, di tenere sempre sulle spine il lettore.
Per anni si è detto e scritto circa la distanza tra deputati e persone comuni. Tra la politica economica e le bollette da pagare. Tra le politiche sociali e la mancanza di diritti certi per tutti. Tra le politiche fiscali e i pagamenti ritardati o le fatture non saldate. Si è detto e scritto, insomma, di quanto fosse diventata esasperatamente incalcolabile (e, forse, irreversibile) la distanza tra “la politica” e la vita di tutti i giorni. E’ ovvio – s’è sempre detto e scritto – so’ tutti uguali, fanno tutti schifo!
Alle elezioni politiche del febbraio 2013 una percentuale di quell’esasperazione ha dato fiducia a chi la voglia di ridurre (anzi, di azzerare) quella distanza la urlava, senza giri di parole prima su internet e poi nelle piazze. A furia di vaffanculo, ma vabbè (a volte ci stanno). Una buona percentuale, per carità. Ma pur sempre una percentuale. Anzi, una percentuale di una percentuale. Perché nessuno (nessuno! partito, movimento o elettore che sia) deve ignorare come anche un lusinghiero 20% sia pur sempre il 20% di un 50%.
Comunque, s’è detto e s’è scritto, che quella percentuale avrebbe pesato. Che le sentinelle a 5 stelle avrebbero circondato il parlamento e l’avrebbero aperto come una scatola di sardine. Che le malefatte dei partiti avrebbero avuto le ore contate. Che i “cittadini” avrebbero avrebbero guardato a vista i “nominati”. Anche la scelta degli scranni era parte di questa rivoluzione. Né a destra, né a sinistra, né al centro. Ma in alto, per controllare.
Dopo un anno, però, le sentinelle sembrano più distanti di quanto non lo siano i presunti “sorvegliati”. Sono lì fisicamente, certo. Possono essere chiamati-contattati-consultati (a volte anche comandati) via web, ma sono lontani – anni luce – da quello che tutti (diciamoci la verità, non solo i loro elettori) si aspettavano.
Tanto distanti da aver appreso perfettamente il peggio della “seconda repubblica” e essere incapaci di rappresentare il “meglio” della terza.
Tanto distanti da aver sostituito la “macchina del fango” con quella “dell’insulto”.
Tanto distanti da aver assorbito dagli stessi politici che avrebbero dovuto cacciare come nascondere l’assenza di idee per mezzo di spocchia e presunzione. Anzi, per mezzo di urla e di “vaffanculo” (che, comunque, sarei in grado di distribuire anche io con la stessa magnanimità facendomene però meno vanto).
Tanto distanti da non capire che è anche al loro miope e presuntuoso voler governare a tutti i costi da soli che dobbiamo lo scempio delle larghe intese.
Tanto distanti da precipitare nel torto, anche quando dovrebbero aver ragione.
Tanto distanti da non capire la differenza tra “opposizione” e fascismo.
Troppo distanti.

Baby prostituzione durante gli eventi pomeridiani organizzati in una discoteca della Roma bene, l’omicidio del viscido buttafuori, la tormentata vita condotta da un ragazzo problematico, una madre sexy e decisa a vendicarsi, un commissario innamorato alle prese con un’indagine complicata e con le “vite segrete” delle persone coinvolte.
Una storia attuale (come non pensare agli arresti per le vicende dei Parioli) ma clamorosamente banalizzata. Banali i personaggi, scontate le reazioni (e le “relazioni). Troppo sesso (in molti casi non necessario ai fini della storia) e poca suspence. Il pregio di “Come doveva finire” è che finisce.