Tutti gli articoli di lorenzoisonline

Quella notte sono io. Un romanzo sulla responsabilità.

Giovanni Floris, Quella notte sono io, Rizzoli.
Giovanni Floris, Quella notte sono io, Rizzoli.

Germano, Lucio, Margherita, Silvia e Stefano sono inseparabili. Germano, il Kapo, fascista, prepotente e manesco. Lucio, arrogante e saccente. Margherita, semplice e affascinante, Silvia, ricca e bellissima. E Stefano, “bello e sano”. Più adatto ad un college americano che a un liceo romano, ingenuo. Affiatati e uniti (apparentemente), sono un gruppo. Ma sono anche un branco. Aguzzini, persecutori spietati di Mirko, il diverso. Lo stupido. L’handicappato. Il debole da deridere e umiliare. Persino da “sacrificare”, facendolo precipitare dal balcone di un albergo durante una gita.

Sarà, anni dopo, una lettera dello stesso Mirko (il vero e proprio protagonista assente) a farli incontrare di nuovo e, in una casa trasformatasi improvvisamente in una Alcatraz inespugnabile, a catapultarli dentro un implacabile processo alle loro azioni, alle loro superficialità, alle loro meschinità. Con uno stile asciutto e diretto e un ritmo incalzante Giovanni Floris evita la melensa retorica anti bullismo rifiutando la dicotomia buono-cattivo. A far definitivamente deflagrare il “gruppo” infatti non è il rimorso verso la vittima, ma l’improvviso e (a loro giudizio) inspiegabile rovesciamento dei ruoli. Germano, Lucio, Margherita, Silvia e Stefano diventano, di colpo, un gruppo di “diversi”. Lontani anni luce da quella mimetica “normalità” nella quale, dopo averla disprezzata, vorrebbero nascondersi e confondersi.

Obbligati a fare i conti, per la prima volta, con il senso di responsabilità. A sentirne il peso. A percepirne, sulla pelle, le sfumature drammatiche. E a decidere se continuare a scapparne o affrontarlo.

La sottomissione no, non la posso sopportare.

gp-abu-dhabi-f1-2016-1

La stagione della Ferrari non può essere definita deludente. Deludente è stata quella 2015, dove nonostante tre vittorie non si è mai riuscita ad inserire nella lotta per il titolo. O quella 2013, quando dopo un inizio promettente si è progressivamente allontanata dal vertice. No, quella di quest’anno non è stata deludente. E’ stata una collezione (enorme) di figuracce (enormi). Un continuo susseguirsi di dichiarazioni altisonanti e disastri tecnici, di promesse d’arrembaggio e grossolani errori strategici, di proclamati riscatti e assurdi ritiri. Conclusa con l’apoteosi di Abu Dhabi, con la resa talmente incondizionata del muretto (sbagliate entrambe le strategie nonostante due piloti evidentemente “in palla”) da puzzare di voglia di stare lontano dai guai e non immischiarsi nella sfida tra i due piloti Mercedes. Dunque, io ho sopportato i 21 anni senza titolo piloti, figuriamoci se mi spaventa questo periodo di crisi. Ho sopportato le più deliranti coppie di progettisti, Migeot-Nichols e la F92A col doppio fondo piatto, Barnard-Brunner e la 421T con le prese d’aria a goccia. Ho sopportato le delusioni cocenti all’ultima gara del 1997, del 1998 e del 1999. Ho sopportato la truffa Hamilton-Glock del 2008. Ho sopportato pure ‘sto maledetto bianco sulla livrea (che lo sanno tutti che porta sfiga, ma come vi viene in mente?). Ma una Ferrari sottomessa, no. Quella non la posso sopportare.

Lo sguardo di Annibale.

Lo sguardo di Annibale, Edizioni Efesto, 2016

Lo sguardo di Annibale, Lorenzo Dell’Aquila. Edizioni Efesto, 2016. 

ISBN: 978-88-99104-96-2

Annibale è un bambino di nove anni quando giura il suo odio eterno per Roma e per i romani. Ne ha 26 quando assume il comando delle milizie cartaginesi. Successo militare dopo successo militare diventa una leggenda per la sua gente e un vero e proprio incubo per Roma, che spinge a un passo dalla definitiva capitolazione. Publio Cornelio Scipione è l’avversario che gli infligge l’unica sconfitta militare della sua vita. Una sconfitta definitiva e inappellabile, che incanala la storia nel solco che conosciamo.

Tra il giuramento di Annibale bambino e la caduta di Cartagine passano 37 anni. Trentasette lunghi anni scanditi dal sogno di annientare Roma e culminati nel ritorno in una patria costretta a condizioni di pace durissime. Sarà sconfitto, Annibale. Ma resterà un grande uomo, fedele ai suoi principi e alla sua Patria.

Un grande uomo incappato in un avversario più grande di lui.

Dall’assedio di Sagunto alla sconfitta di Zama, le vicende della “Guerra di Annibale” sono narrate con crudezza e realismo. Sembra di vedere gli occhi iniettati d’odio del condottiero cartaginese. Sembra quasi di sentire le grida dei soldati mentre ingaggiano i furiosi corpo a corpo, e i barriti degli elefanti addestrati al combattimento che seminano terrore e scompiglio tra le legioni romane. Ma crudezza e realismo nulla concedono alla fantasia e all’immaginazione.

Tutto è, rigorosamente, Storia.

Ognuno ha il suo “Addio al Calcio”.

Valerio Magrelli, Addio al calcio, Einaudi.
Valerio Magrelli, Addio al calcio, Einaudi.

90 raccontini divisi in due tempi, da – ovviamente – 45 minuti. “Addio al calcio” è un tentativo curioso, delicato e personale di scovare “letteratura”, epica, poesia nel calcio “quotidiano”. Quello giocato nei parchi e nei campetti di periferia, nei cortili dei palazzi, in piazza, per strada. O magari nei corridoi di casa, con una palla di spugna o arrotolata. Con l’applicazione di cui sono capaci i bambini, assorti, metodicamente impegnati nel cercare di superare, palleggio dopo palleggio, il numero di tocchi prefissato. O, ancora meglio, il calcio giocato fantasticando. Mimando un colpo di tacco e un tiro al volo di sinistro, di notte, al riparo da “occhi indiscreti”, tornando verso casa dopo aver parcheggiato la moto. Due tempi da 45 mini-racconti per raccontare il calcio giocato semplicemente giocando. A qualsiasi età, o nonostante qualsiasi età.

Carino. L’idea più che altro. A volte qualche “minuto” sembra di troppo. Certo, però, a chi non s’appassiona per scarpini, telecronache, maglie, figurine, tornei, calcetti, calciotti, subbutei, calcio-balilla, dopo un po’ ammorba..

Roma-Austria Vienna 3-3. Si può dire?

img_6524

Dunque. Si può dire che battere Inter e Napoli e pareggiare in casa con la quarta del campionato austriaco non è proprio una caratteristica della grandi squadre? Si può dire che in Europa si viaggia alla squallida media di una partita vinta all’anno? Roba che farebbe imbottire di maalox pure un tifoso del Konyaspor, del Krasnodar, del Quarabag o del Dundalk. Si può dire che finora le uniche squadre che non c’hanno segnato sono l’Udinese, l’Astra Giurgiu e il Crotone? Che se ad Agosto facessero un triangolare, verrebbe vietato ai minori per oscenità tecniche.

Si può dire che le figuracce rimediate in Europa League con Viktoria Plzen e Austria Vienna so’ peggio delle scoppole prese in Champions col Manchester United, col Bayern Monaco e col Barcellona? Che almeno, in quei casi, si sapeva che sarebbe stata ‘na cosa tipo marziani contro umani.

E poi, si può dire che a dieci minuti dalla fine, quando già c’hai Juan Jesus che te impesta la fascia sinistra, mettere pure quell’altra chiavica di Palmieri a destra è un suicidio?

Bene. Allora, dette tutte ‘ste cose, si può dire pure che m’avete davvero rotto il c***o.