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MILLENNIUM4, Quello che non uccide.

Due considerazioni, tanto per cominciare.

1) Gli amanti (come me) della “Trilogia di Millennium” di questo quarto episodio avevano assolutamente bisogno.

2) Gli amanti (come me) della “Trilogia di Millennium” di questo quarto episodio non avevano bisogno affatto.

David Lagercrantz, Quello che non uccide, Marsilio.
David Lagercrantz, Quello che non uccide, Marsilio.

Cerco di spiegare quella che può sembrare – in effetti – una pura e semplice contraddizione, ma non lo è. Quello che non uccide è il quarto episodio di una delle saghe più avvincenti (e di successo) della letteratura thriller. Può piacere o meno, ma la “Trilogia di Millennium” di Stieg Larsson ha “costretto” milioni di lettori in tutto il mondo a notti insonni per divorare Uomini che odiano le donne, La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta. E’ inutile stare a soffermarsi sulle vicende successive alla morte di Larsson e alle presunte 200 pagine di appunti ritrovate dalla compagna nell’archivio dell’autore, perché Quello che non uccide è un capitolo che la casa editrice Norstedts Förlag ha presentato come totalmente realizzato dallo scrittore e giornalista David Lagercrantz. L’autore della biografia Io, Ibra. E questo sarebbe da stabilire se sia un punto a favore o contro.

Lo stile cerca di avvicinarsi il più possibile a quello di Larsson. Descrizioni ed indicazioni puntigliose fino al più insignificante dettaglio, ma in grado di proiettare il lettore nei luoghi dell’azione nonostante la scarsa dimestichezza con l’urbanistica scandinava (non lontano un cane si mise ad abbaiare e si sentiva un odore di cibo, forse proveniente da McDonald’s); precise disquisizioni teorico-matematiche (secondo il teorema fondamentale dell’aritmetica, ogni numero intero ha una sola fattorizzazione in numeri primi e in effetti è una figata, a pensarci. Un numero semplice come 24 possiamo ottenerlo in un sacco di modi, per esempio moltiplicando 12 con 2 o 3 con 8, o ancora 4 con 6. Eppure esiste un solo modo per ridurlo in fattori primi, ed è 2 x 2 x 2 x 3); il tutto alternato a colpi di scena e momenti d’azione.

Sul personaggio principale non poteva sbagliare. E infatti Lisbeth Salander è Lisbeth Salander, l’hacker aggressiva e determinata dal fascino punk. Lagercrantz ha decisamente centrato il bersaglio. Entra nel vivo del racconto (anzi, prende prepotentemente in mano le redini della storia) nella seconda metà del libro, ma se ne percepisce la presenza – e l’importanza – fin dall’inizio. Ecco, Lisbeth Salander è il motivo per cui, di questo quarto episodio, c’era bisogno.

Mikael Blomkvist, invece, è opaco. Lontano dalla storia, se non per il ruolo indispensabile. Sarà infatti come sempre un’inchiesta della rivista Millennium a rendere pubblica, e di conseguenza a dipanare agli occhi del lettore, la matassa di rapporti, dei personaggi e l’intreccio di eventi incontrati.

Un po’ scontata la scelta del “nemico”. Camilla, la gemella di Lisbeth. Bella, cattiva e manipolatrice. Cresciuta a “pane e Zalachenko” fino ad ereditarne parte delle attività di traffiking e il ruolo di mente criminale. Tanto per rimanere in famiglia. Ecco, questo personaggio è il motivo per cui di questo libro non c’era bisogno.

L’operazione commerciale è evidentemente di quelle da incorniciare. La scelta di Lagercrantz come autore (che non mi piace) è stata, vista la resa, sopraffina. Mai un guizzo personale, fedele all’originale ai limiti del fanatismo. O del feticismo nelle esacerbanti indicazioni sulle marche, colori e modelli (era al volante di un’Audi A8 nuova, color argento). Ma in grado di far pensare anche al lettore più smaliziato che “sì, Larsson avrebbe scritto così”. La storia, però, è decisamente sottotono rispetto agli episodi precedenti. E alcuni personaggi sembrano inseriti forzatamente, per rinsaldare il legame con i 3 libri “originali”. Assolutamente inutili, per esempio, le pagine dedicate al commissario Bublanski (e ai suoi rapporti con Dio, con il suo rabbino e con il cioccolato all’arancia). Ecco, anche di tutti questi “richiami” non c’era bisogno.

Nel frattempo, alla fine della fiera, aspettiamo il 5°.

Suburra.

Progetto “Waterfront”, lo chiamano. Milioni di metri cubi di cemento mascherati da “housing sociale”. Basterebbe una delibera – presentata al momento giusto e votata dai numeri “giusti” – per consentire alla malavita di mettere le mani sulla cementificazione della periferia sud di Roma. Ma per una delibera serve la una certa politica. E ad una certa politica serve una certa chiesa. Non sono solo i boss, quindi, a sedersi attorno al tavolo di questo affare colossale per ridisegnare alleanze, stringere patti e stabilire il futuro di Roma.

Giancarlo De Cataldo, Carlo Bonini, Suburra, Einaudi.
Giancarlo De Cataldo, Carlo Bonini, Suburra, Einaudi.

Non c’è dubbio che a De Cataldo abbia fatto bene lavorare a quattro mani con Bonini. Stavolta infatti la banda della magliaia (dopo i fasti letterari di Romanzo Criminale, quella sorta di obbligato “sequel” Nelle mani giuste, e lo stanco prequel Io sono il Libanese) riecheggia solo sullo sfondo, come un’eco lontana, per lasciare spazio a scenari (geografici, sociali ma anche – e soprattutto – politici) più attuali. Scenari cupi, ovviamente. In cui la finzione letteraria e la cronaca si fondono, regalando al lettore una trama in cui oggi (il libro è invece del 2013) possiamo agevolmente riconoscere i luoghi, ricostruire i tempi e attribuire i nomi e le facce che, quotidianamente, leggiamo e vediamo su quotidiani e telegiornali.

Il monopolio criminale sul litorale. La collusione con la malavita di esponenti del parlamento e del consiglio comunale. Le feste e i “festini” a base di cocaina e prostitute. La doppia vita di politici baciapile e la spregiudicatezza negli “affari” di una parte della chiesa. Le devastazioni dei black bloc e le violenze della polizia. La corruzione nella magistratura e nelle forze dell’ordine. Il titolo non poteva essere più azzeccato. Tutto questo è “Suburra”, nell’accezione più negativa del termine. Plebaglia, gente di malaffare. Come quella che abbiamo intorno.

Il cacciatore di teste. Non il migliore Nesbø, ma non da buttare.

Sicuramente non è la miglior prova di Jo Nesbø.

Jo Nesbø, il cacciatore di teste, Einaudi.
Jo Nesbø, il cacciatore di teste, Einaudi.

Il ritmo stenta tanto all’inizio, quando si svelano le due nature del protagonista (infallibile cacciatore di teste e inafferrabile ladro di opere d’arte). E accelera in un vorticoso crescendo (anche eccessivamente) nella seconda parte. Inseguimenti, violenze, un po’ di sesso ed esagerazioni varie che sembrano strizzare l’occhio più alle serie tv che al noir. L’immersione del protagonista nei liquami di un bagno (e successiva descrizione del “panorama” da quel privilegiato punto di vista), ad esempio, scatena l’irrefrenabile esigenza di andare avanti nella lettura. Più per sedare il voltastomaco che per la suspence, però.

Nonostante questo Nesbø offre – come consuetudine – personaggi interessanti, mai banali. Non c’è un “eroe”, stavolta. Roger Brown non suscita simpatia. Tantomeno alcun genere di empatia. Anzi, è lontano anni luce dalla carica umana e sentimentale di Harry Hole (perchè tanto, i personaggi di Nesbø è con Hole che devono confrontarsi). Però, non è un personaggio “vuoto”. Ha un vissuto, un carattere, debolezze e obiettivi (più o meno leciti). E’, insomma, un personaggio originale. E’ questa, secondo me, la caratteristica che rende grande Nesbø. I suoi personaggi sono sempre diversi, nessuno è mai la copia (anzi, la brutta copia) di altri.

Non è la miglior prova di Nesbø, dicevo. Ma non è un thriller da buttare.

Sangue e neve.

Jo Nesbø, Sangue e Neve. Einaudi.
Jo Nesbø, Sangue e Neve. Einaudi.

Nesbø non tradisce le attese. E dalla sua “penna”, accantonato Harry Hole (da cui dichiara di essersi solo “preso una pausa”), nasce Olav. Un killer dislessico e “astratto”. Che non sa guidare, non sa far di conto, che legge tanto ma a scrivere va “più adagio di quanto cresca una stalattite“. Un killer innamorato di Maria, una ex prostituta zoppa, e sordomuta, ma travolto dalla passione per la bellissima Corina, la seconda moglie (che, per inciso, avrebbe dovuto uccidere) del suo “datore di lavoro”, il boss Hoffman. Un personaggio straordinario, per i cui diritti – si dice – Leonardo Di Caprio e la Warner Bros sono pronti a sborsare milioni.

Scegliendo uno stile più asciutto e diretto, e senza rinunciare alla consueta ironia, Nesbø crea una storia con tutti gli elementi del noir. Dalla rivalità tra bande ai conflitti a fuoco, dal traffico di droga ai regolamenti di conti, fino al colpo di scena finale. Che questa volta, però, assume sfumature romantiche, sentimentali. Proprio come Olav.

C’è poco da dire, Nesbø è un fuoriclasse.

Incalzante, angosciante, perverso: Uccidi il Padre.

Sandrone Dazieri abbandona il noir – e il suo personaggio, il “Gorilla” – per il thriller. E quella che realizza con “Uccidi il Padre” è una prova d’autore di alto livello, capace di evitare le rocambolesche soluzioni e le esagerazioni che spesso in Italia caratterizzano (e “americanizzano” negativamente) il genere.

Sandrone Dazieri, Uccidi il Padre - Mondadori.
Sandrone Dazieri, Uccidi il Padre – Mondadori.

La trama è sempre credibile nonostante i drammatici (e agghiaccianti) eventi che danno il via all’azione. Colomba Caselli è un’ufficiale di polizia, in aspettativa dopo che un’operazione da lei condotta in Francia è finita tanto tragicamente da essere chiamata “il disastro”. Dante Torre è l’ex “bambino del silo”: rapito a 6 anni e rinchiuso in un granaio fino all’adolescenza quando, nell’unica distrazione del suo aguzzino, è riuscito a scappare. E “Il Padre” è l’orrore da fermare, l’ex carceriere di Dante tornato a rapire bambini e a lasciare, dietro di sé, una striscia di sangue.

Ma quella di “Uccidi il Padre” non è solo una caccia al serial killer. È un’indagine tra coperture, inganni, segreti, complotti militari e esperimenti farmaceutici senza scrupoli. È una lotta serrata contro il tempo. È la ricerca, per i protagonisti, di risposte che facciano luce sugli angoli più bui delle loro vite.

Risposte che arrivano, ma che l’autore  – perversamente, viene da pensare – trasforma in nuove domande.