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La banda degli invisibili.

Fabio Bartolomei, La banda degli invisibili, E/O.
Fabio Bartolomei, La banda degli invisibili, E/O.

E’ stato definito un tenero e delizioso romanzo (Luciano Del Sette, Alias/Il Manifesto). Intensamente divertente e allo stesso tempo intensamente triste, aggiungo io. Un romanzo sullo scorrere del tempo, ma anche sui valori (l’amicizia, l’amore, l’orgoglio) a cui i protagonisti, quattro anziani in difficoltà (chi per la salute precaria, chi per dover fronteggiare le scadenze e le bollette con una pensione sempre troppo bassa), si aggrappano caparbiamente per non immalinconire davanti al televisore. E’ infatti contando ognuno sulle (poche) forze dell’altro che Ettore, Osvaldo, Filippo e il narratore Angelo tornano ad essere quattro “partigiani della Montagnola” (il quartiere di Roma dove si svolge il racconto) in grado di rapire il Presidente del Consiglio Berlusconi per ottenere, anzi per pretendere, delle scuse. Scuse agli anziani, ai giovani precari, agli studenti, agli omosessuali, agli operatori sociali. Scuse alla politica e alla democrazia. Scuse ad un’idea, a un ideale, di Paese per cui hanno combattuto e ucciso, e che non possono accettare di far diventare un lontano ricordo. Senza rassegnazione, con una sfacciata ironia, ma anche con una costante velatura di malinconia, Angelo Di Ventura partigiano, nome di battaglia Arcangelo, combatte. Che ci sia da salvare la democrazia e la dignità del Paese, o da conquistare un amore con cui passeggiare almeno un’ora al giorno perché questo bisogna fare con la donna della propria vita, bisogna farla camminare, tenerla viva, alimentare la speranza che ci sia un posto in questo mondo nel quale la vecchiaia come lei l’ha sempre immaginata non esiste. D’altronde un partigiano è sempre un partigiano, nonostante un’anca sbilenca, la pensione minima e il passaggio al digitale terrestre.

Argento vivo.

Argento Vivo, Marco Malvaldi, Sellerio.
Argento Vivo, Marco Malvaldi, Sellerio.

Una classica lettura estiva. Leggera, scorrevole, divertente, da sfogliare in spiaggia, sotto l’ombrellone, o la sera al fresco di un refolo di vento. “Argento vivo” è una commedia degli equivoci in perfetto stile-Malvaldi. I tratti caratteristici ci sono tutti: la matematica, la letteratura (e la grammatica!), le battute (talmente spietate da diventare omaggi) sugli ingegneri. Un umorismo mai banale, mai sboccato ma al tempo stesso mai ingessato. Un’ironia diretta, schietta che, in più di un’occasione, mi ha costretto a soffocare le risate (tanto per provare ad evitare di essere scambiato per uno scemo che ride da solo…). Se non ha niente di significativo da dire e vuole semplicemente fare dei discorsi grammaticalmente ineccepibili, smetta di scrivere romanzi e si candidi per il Partito Democratico. Sarà pure “sparare sulla croce rossa” ma  – visti i tempi – la chiosa è geniale. E poi Leonardo Chiezzi – protagonista e vittima della serie di equivoci che costituiscono la trama – blogger letterario “maniaco” della punteggiatura, autoironico, innocuamente irascibile alla maniera dei toscani, sembra un personaggio autentico, comune, sincero (molto più del “barrista” – per carità rigorosamente con due erre – Massimo e del suo BarLume). Anzi, sembra proprio Malvaldi.

Suburra.

Progetto “Waterfront”, lo chiamano. Milioni di metri cubi di cemento mascherati da “housing sociale”. Basterebbe una delibera – presentata al momento giusto e votata dai numeri “giusti” – per consentire alla malavita di mettere le mani sulla cementificazione della periferia sud di Roma. Ma per una delibera serve la una certa politica. E ad una certa politica serve una certa chiesa. Non sono solo i boss, quindi, a sedersi attorno al tavolo di questo affare colossale per ridisegnare alleanze, stringere patti e stabilire il futuro di Roma.

Giancarlo De Cataldo, Carlo Bonini, Suburra, Einaudi.
Giancarlo De Cataldo, Carlo Bonini, Suburra, Einaudi.

Non c’è dubbio che a De Cataldo abbia fatto bene lavorare a quattro mani con Bonini. Stavolta infatti la banda della magliaia (dopo i fasti letterari di Romanzo Criminale, quella sorta di obbligato “sequel” Nelle mani giuste, e lo stanco prequel Io sono il Libanese) riecheggia solo sullo sfondo, come un’eco lontana, per lasciare spazio a scenari (geografici, sociali ma anche – e soprattutto – politici) più attuali. Scenari cupi, ovviamente. In cui la finzione letteraria e la cronaca si fondono, regalando al lettore una trama in cui oggi (il libro è invece del 2013) possiamo agevolmente riconoscere i luoghi, ricostruire i tempi e attribuire i nomi e le facce che, quotidianamente, leggiamo e vediamo su quotidiani e telegiornali.

Il monopolio criminale sul litorale. La collusione con la malavita di esponenti del parlamento e del consiglio comunale. Le feste e i “festini” a base di cocaina e prostitute. La doppia vita di politici baciapile e la spregiudicatezza negli “affari” di una parte della chiesa. Le devastazioni dei black bloc e le violenze della polizia. La corruzione nella magistratura e nelle forze dell’ordine. Il titolo non poteva essere più azzeccato. Tutto questo è “Suburra”, nell’accezione più negativa del termine. Plebaglia, gente di malaffare. Come quella che abbiamo intorno.

Il cacciatore di teste. Non il migliore Nesbø, ma non da buttare.

Sicuramente non è la miglior prova di Jo Nesbø.

Jo Nesbø, il cacciatore di teste, Einaudi.
Jo Nesbø, il cacciatore di teste, Einaudi.

Il ritmo stenta tanto all’inizio, quando si svelano le due nature del protagonista (infallibile cacciatore di teste e inafferrabile ladro di opere d’arte). E accelera in un vorticoso crescendo (anche eccessivamente) nella seconda parte. Inseguimenti, violenze, un po’ di sesso ed esagerazioni varie che sembrano strizzare l’occhio più alle serie tv che al noir. L’immersione del protagonista nei liquami di un bagno (e successiva descrizione del “panorama” da quel privilegiato punto di vista), ad esempio, scatena l’irrefrenabile esigenza di andare avanti nella lettura. Più per sedare il voltastomaco che per la suspence, però.

Nonostante questo Nesbø offre – come consuetudine – personaggi interessanti, mai banali. Non c’è un “eroe”, stavolta. Roger Brown non suscita simpatia. Tantomeno alcun genere di empatia. Anzi, è lontano anni luce dalla carica umana e sentimentale di Harry Hole (perchè tanto, i personaggi di Nesbø è con Hole che devono confrontarsi). Però, non è un personaggio “vuoto”. Ha un vissuto, un carattere, debolezze e obiettivi (più o meno leciti). E’, insomma, un personaggio originale. E’ questa, secondo me, la caratteristica che rende grande Nesbø. I suoi personaggi sono sempre diversi, nessuno è mai la copia (anzi, la brutta copia) di altri.

Non è la miglior prova di Nesbø, dicevo. Ma non è un thriller da buttare.

La vita in generale.

Mario Castelli è “il Generale”.

Tito Faraci, La vita in generale, Feltrinelli.
Tito Faraci, La vita in generale, Feltrinelli.

Un imprenditore caduto in disgrazia che vive insieme ad un gruppo di senzatetto. Uno dei tanti barboni, dunque. Ma non uno “fra” i tanti barboni. Il Generale è diverso. A lui sono riconosciuti carisma e saggezza, e anche se della sua vita passata non sanno nulla, per i suoi compagni di sventura è la persona alla quale affidarsi. Alla quale, senza dubitare, chiedere un parere per risolvere i contrasti (grandi e piccoli) nati “sulla strada”. E’, quindi, quel leader attorno a cui ricreare uno spicchio di quella stessa società che, per scelte sbagliate, debolezza o destino, li ha emarginati.

Tito Taraci racconta con il ritmo e la semplicità del fumetto (è, infatti, autore di storie per Topolino, Tex, Diabolik, Dylan Dog) e le sfumature della fiaba, le peripezie di un gruppo di disperati. Anzi, di un gruppo di diverse disperazioni che, nei piani d’azione ideati dal “Generale” (dalla vendetta contro un criminale a una semplice idea per trovare qualcosa da mangiare) riconoscono la direzione persa nella vita. Ma, allo stesso tempo, Zingaro, Osso, Zagor, Muto e Teresa sono il motivo per cui Mario Castelli ha trovato la forza di rimanere “il Generale”, anche sulla panchina di un parco. Sono l’esercito con cui, rintracciato da Rita, deciderà di tornare a confrontarsi con il mondo della finanza. E lo farà condividendo con loro la barricata e la battaglia. Trovando nel suo riscatto professionale il pretesto per infondere, a tutti, fiducia nelle persone e nella comunità.

Se fossimo alla fine dell’anno, per me “La vita in generale” sarebbe il miglior libro del 2015.