Un Carlotto vecchia maniera, di cui sentivo la mancanza da un po’.
Per tutto l’oro del mondo, Massimo Carlotto, E/O, 2015.
Una rapina finita in tragedia nel Nord Est, la soluzione apparentemente semplice (l’invasione di zingari e migranti che minaccia la vita degli onesti italiani) cavalcata da politica e opinione pubblica e una vittima, Luigina, di cui tutti sembrano dimenticarsi. Un caso che si svela ben presto nient’altro che una matrioska del cazzo.
Nelle ambiguità di questa storia dura, ancorata all’attualità (anzi saldata all’attualità, se pensiamo alla vicenda di Vaprio d’Adda del mese scorso), con la consueta decisione ed i consueti tormenti, si muovono l’Alligatore, Beniamino Rossini e Max “la memoria”. Uomini liberi, ma dal cuore criminale. Ma Carlotto, in stato di grazia, non racconta solamente. Condivide. Fa in modo che, esattamente all’unisono con i tre personaggi, il lettore possa abbandonarsi – di colpo – ad atmosfere morbide ed avvolgenti. Gli scorci fumosi di un piccolo club, le movenze sensuali di una donna di Jazz, o l’abitacolo di una vecchia Skoda. Atmosfere ovattate e rassicuranti, pur nella loro precarietà. Capaci di accarezzare il cuore, ma non di smussare gli spigoli (né dei protagonisti, né di chi legge).
Poi il Blues, onnipresente. La “musica del diavolo” usata come stordente antidoto alla realtà. A quella disperata promiscuità tra avidità, assenza di scrupoli e menefreghismo che spinge a qualsiasi abominio in nome di tutto l’oro del mondo.
E infine l’epilogo. Di cui non parlerò per una ferma presa di posizione anti-spoiler. Ma che spinge a pensare, e a sperare, di dover tornare presto in libreria.
Jean-Christophe Rufin è uno dei fondatori di Medici Senza Frontiere. Ma Check Point non è un libro su Medici Senza Frontiere. Né un elogio incondizionato dell’impegno umanitario e della cooperazione. Tutt’altro. Rufin – che evidentemente sa di cosa parla – non ne mitiga i limiti e non ne nasconde le eventuali strumentalizzazioni. Che siano personali o, più in generale, politiche.
Jean-Christophe Rufin, Check Point, E/O.
Cinque ragazzi della ONG francese Tête d’Or, attraversano in camion gli scenari più tragici del conflitto nella ex Jugoslavia per portare aiuti umanitari in un villaggio bosniaco. Ma i cadaveri, le esplosioni, i “check point”, non stravolgeranno il loro viaggio quanto le amicizie, i rapporti, i tradimenti e gli opportunismi nati – deflagrati, potremmo dire – nelle cabine di guida. Scontri, turbamenti, sentimenti, che li costringeranno ad interrogarsi sulle motivazioni più profonde che li hanno spinti a scegliere l’impegno e ad affrontarne i rischi. E’ questa la forza della storia. Rufin non propone analisi ideologiche o critiche socio-politiche. Non divide in buoni o cattivi. Mostra, senza censure, gli aspetti più intimi dell’impegno umanitario. E, di conseguenza, i suoi limiti. Sembra voler sottintendere un rimpianto per il pionierismo improvvisato e sincero delle prima missioni, indugiando sulle motivazioni più alte, più nobili ma senza sorvolare su quelle più superficiali o utilitaristiche.
Un racconto sincero.
P.s. La copertina è la nota dolente. Per carità, io sono sicuramente esagerato. Ma quelle delle edizioni E/O sono, spesso, davvero meravigliose. Quelle dei libri di Carlotto, ad esempio. O di quelli di Izzo. Ecco, non questa. Che sembra la locandina di una fiction.
Daniela Amenta, La ladra di piante, Baldini&Castoldi.
Anna è laureata in psicologia. Assegnista al CNR con sei mesi, di prova, al Dipartimento di Neurofarmacologia. Al concorso le viene consigliato di non partecipare, Guardi signorina questo concorso lasciamolo fare a chi ha una laurea in medicina, verrà anche il suo tempo. Precaria. Anzi, precarissima. Generazione 1000 euro. Un po’ no future, un po’ sticazzi. Abita a Roma, quartiere Monteverde, in una casa dell’anziana e ricca Rita Zunino, coi capelli da fata e la faccia incartapecorita. Affitto rigorosamente in nero. Anna è una ladra di piante. Le ruba di notte dai condomini, dai marciapiedi, impietosita dalle foglie secche, dai rami spezzati, dai vasi troppo piccoli. Le cura e le rianima sul terrazzo, diventato una vera e propria foresta.
Riccardo è un giornalista. Appassionato critico musicale “prestato” alla cronaca nera. Cronaca spicciola di omicidi, rapine e violenze al posto di Jazz, Rock, Punk e Progressive. Zingari e mafiosi invece di Chet Baker e dei Clash. Ipocondriaco. Separato. Abita a Roma, quartiere Monteverde, in una casa dell’anziana e ricca Rita Zunino, coi capelli da fata e la faccia incartapecorita. Affitto rigorosamente in nero. E terrazza confinante con una vera e propria foresta.
Lanfranco è un informatore della Questura in pensione. Stanco, ma non rassegnato. Solo “un po’ rincoglionito”, secondo la sua badante Irina. Abita a Roma, quartiere Monteverde. Non in una casa di Rita Zunino, ma dell’anziana coi capelli da fata e la faccia incartapecorita conosce bene il debole per il gioco e i debiti.
Tre storie che si incrociano in un quartiere che è, allo stesso tempo, un piccolo paese e una metropoli. Comunità solidale in grado di riunirsi e mobilitarsi per riqualificare Villa Sciarra o “liberare” un gatto lasciato rinchiuso, e indifferente di fronte agli occhi pesti di una ragazza “caduta dalle scale”. Un quartiere specchio di quella detestabile retorica su Roma, “quanto sei bella Roma”, ché Roma è bella solo se la si guarda dagli attici con la vista nei quartieri giusti. […] Una città che non ha salvato il proprio fiume, il proprio mare, la propria memoria e se ne casca a pezzi. E se ne compiace di farsi divorare, di mettersi in svendita, perennemente in saldo, tanto Roma è Roma, ma che ce frega, ma che ce ‘mporta… Retorica a cui qualcuno, però, si ribella. Trovando la musica anche dove non c’è, cercando di salvare un gatto o rubando piante.
Una ricca signora trovata morta in casa, tra la sua collezione di sfere di vetro con dentro la neve. Nessun segno di effrazione, nessun sospetto se non il marito – notaio della Napoli bene – infedele. Se fosse un giallo, sarebbe un giallo di quart’ordine.
Maurizio De Giovanni, I bastardi di Pizzofalcone, Einaudi.
Ma I Bastardi di Pizzofalcone è un noir vero, intenso. De Giovanni fa in modo che al lettore della trama importi davvero poco. La storia – quella vera – quella che spinge a leggere e magari a rileggere, la detta Napoli. Una Napoli a cui l’autore non fa sconti, ma alla quale non lesina carezze evidenziando le quotidiane e contemporanee sfumature di rabbia ed allegria. Di caos coinvolgente e latente solitudine. Contrasti aspri, che danno luogo a incontri/scontri diretti e fulminanti. La povertà sgraziata di un basso con l’arrogante sfoggio di ricchezza del circolo nautico. La convulsa animosità di un vico con la flemmatica agiatezza di un importante studio notarile. La vita ideale, sognata da tutti, con le miserie e le meschinità e degli uomini. Diverse e uguali in ogni quartiere, in ogni ceto sociale. Su cui l’autore indugia a lungo, senza mai giudicare. Ma senza fornire alibi a nessuno. Neanche ai protagonisti. Quelli chiamati a ricomporre il nucleo operativo del commissariato di Pizzofalcone, nel cuore di Napoli, sono tutto fuorchè eroi nel senso più classico e nobile del termine. Reietti. Scarti. Con le stesse meschinità, le stesse miserie e gli stessi strazi delle strade e dei quartieri che attraversano.
1) Gli amanti (come me) della “Trilogia di Millennium” di questo quarto episodio avevano assolutamente bisogno.
2) Gli amanti (come me) della “Trilogia di Millennium” di questo quarto episodio non avevano bisogno affatto.
David Lagercrantz, Quello che non uccide, Marsilio.
Cerco di spiegare quella che può sembrare – in effetti – una pura e semplice contraddizione, ma non lo è. Quello che non uccide è il quarto episodio di una delle saghe più avvincenti (e di successo) della letteratura thriller. Può piacere o meno, ma la “Trilogia di Millennium” di Stieg Larsson ha “costretto” milioni di lettori in tutto il mondo a notti insonni per divorare Uomini che odiano le donne, La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta. E’ inutile stare a soffermarsi sulle vicende successive alla morte di Larsson e alle presunte 200 pagine di appunti ritrovate dalla compagna nell’archivio dell’autore, perché Quello che non uccide è un capitolo che la casa editrice Norstedts Förlag ha presentato come totalmente realizzato dallo scrittore e giornalista David Lagercrantz. L’autore della biografia Io, Ibra. E questo sarebbe da stabilire se sia un punto a favore o contro.
Lo stile cerca di avvicinarsi il più possibile a quello di Larsson. Descrizioni ed indicazioni puntigliose fino al più insignificante dettaglio, ma in grado di proiettare il lettore nei luoghi dell’azione nonostante la scarsa dimestichezza con l’urbanistica scandinava (non lontano un cane si mise ad abbaiare e si sentiva un odore di cibo, forse proveniente da McDonald’s); precise disquisizioni teorico-matematiche (secondo il teorema fondamentale dell’aritmetica, ogni numero intero ha una sola fattorizzazione in numeri primi e in effetti è una figata, a pensarci. Un numero semplice come 24 possiamo ottenerlo in un sacco di modi, per esempio moltiplicando 12 con 2 o 3 con 8, o ancora 4 con 6. Eppure esiste un solo modo per ridurlo in fattori primi, ed è 2 x 2 x 2 x 3); il tutto alternato a colpi di scena e momenti d’azione.
Sul personaggio principale non poteva sbagliare. E infatti Lisbeth Salander è Lisbeth Salander, l’hacker aggressiva e determinata dal fascino punk. Lagercrantz ha decisamente centrato il bersaglio. Entra nel vivo del racconto (anzi, prende prepotentemente in mano le redini della storia) nella seconda metà del libro, ma se ne percepisce la presenza – e l’importanza – fin dall’inizio. Ecco, Lisbeth Salander è il motivo per cui, di questo quarto episodio, c’era bisogno.
Mikael Blomkvist, invece, è opaco. Lontano dalla storia, se non per il ruolo indispensabile. Sarà infatti come sempre un’inchiesta della rivista Millennium a rendere pubblica, e di conseguenza a dipanare agli occhi del lettore, la matassa di rapporti, dei personaggi e l’intreccio di eventi incontrati.
Un po’ scontata la scelta del “nemico”. Camilla, la gemella di Lisbeth. Bella, cattiva e manipolatrice. Cresciuta a “pane e Zalachenko” fino ad ereditarne parte delle attività di traffiking e il ruolo di mente criminale. Tanto per rimanere in famiglia. Ecco, questo personaggio è il motivo per cui di questo libro non c’era bisogno.
L’operazione commerciale è evidentemente di quelle da incorniciare. La scelta di Lagercrantz come autore (che non mi piace) è stata, vista la resa, sopraffina. Mai un guizzo personale, fedele all’originale ai limiti del fanatismo. O del feticismo nelle esacerbanti indicazioni sulle marche, colori e modelli (era al volante di un’Audi A8 nuova, color argento). Ma in grado di far pensare anche al lettore più smaliziato che “sì, Larsson avrebbe scritto così”. La storia, però, è decisamente sottotono rispetto agli episodi precedenti. E alcuni personaggi sembrano inseriti forzatamente, per rinsaldare il legame con i 3 libri “originali”. Assolutamente inutili, per esempio, le pagine dedicate al commissario Bublanski (e ai suoi rapporti con Dio, con il suo rabbino e con il cioccolato all’arancia). Ecco, anche di tutti questi “richiami” non c’era bisogno.
Nel frattempo, alla fine della fiera, aspettiamo il 5°.