ISIS. Stato del terrore o utopia politica?

Come è arrivata un’organizzazione armata, che appena 3 anni era praticamente sconosciuta, a minacciare il mondo? E – bisogna aggiungere – non solo militarmente. Anche ideologicamente, usando tutti i moderni mezzi di comunicazione (il video della decapitazione del giornalista americano James Foley ha fatto il giro del mondo sulle ali dei social media). Questa domanda è alla base della ricerca di Loretta Napoleoni (saggista e giornalista, considerata tra i massimi esperti di terrorismo internazionale) sull’Isis. Argomento estremamente attuale, purtroppo.

ISIS, lo stato del terrore - Loretta napoleoni - Feltrinelli.
ISIS, lo stato del terrore – Loretta napoleoni – Feltrinelli.

Per l’innegabile complessità e delicatezza, il tema è trattato con estrema cura e, allo stesso tempo, semplicità. Approfondito come un saggio, chiaro come un articolo e scorrevole come un romanzo, le fonti sono riportate in modo chiaro e le loro interpretazioni (così come le opinioni personali) sono sempre ben distinte dalle notizie, dai fatti. Non ha la pretesa di proporre una soluzione,ovviamente. Ma aiuta a capire quanto la questione vada ben oltre la semplice brutalità “militare”.

Mentre i media ci hanno raccontato della proclamazione di un califfato e ci raccontano le decapitazioni dei prigionieri, l’Isis ha conquistato un territorio più vasto del Texas nel cuore del Medio Oriente, dissolvendo i confini creati artatamente dal colonialismo occidentale (impiantando i propri capisaldi territoriali in regioni economicamente strategiche, come le ricche aree petrolifere della Siria orientale) e promuovendosi come vero e proprio potere politico. Legge, ordine e “sicurezza nazionale”, infatti, sono compiti dell’apparato amministrativo del “Califfato”. Come un vero e proprio Stato moderno rispetto alle enclave “premoderne”, retaggio dei ripetuti interventi militari stranieri. E’ anche questa, probabilmente, una delle seduzioni dello Stato Islamico. Una sorta di “contratto sociale”, per dirla alla Rosseau. Un modo, quello di ripristinare attorno a un moderno salafismo antioccidentale la maschera teatrale di uno stato vero e proprio, per ottenere il consenso della popolazione. Convincendola, così, di partecipare alla costruzione di un nuovo ordine politico in Medio Oriente, di una nazione governata dall’onore, di una società contemporanea ma al tempo stesso perfettamente in armonia con al Tawhid, l’unità dei fedeli ordinata da Dio. [Balza agli occhi – peraltro –  come, presentandosi in questo modo, la propaganda dello Stato Islamico offra un’immagine politica di sé analoga a quella proposta dai primi sionisti che, negli anni quaranta, si unirono per riconquistare una “patria ancestrale donata da Dio”. NDR] Nel caso del Califfato la religione – e in particolare il concetto di Takfir, apostasia – è l’alibi perfetto per operazioni di vera e propria pulizia etnica. L’eliminazione degli Sciiti garantisce l’appoggio della popolazione sunnita, certo. Ma soprattutto una società etnicamente più omogenea (evitando quindi la possibilità di formazione di fronti di opposizioni “laici” o “moderati”) e la liberazione di risorse economiche da redistribuire ai soldati ed alle loro famiglie. La guerra di genocidio, quindi, è parte di una tattica politica dal respiro ben più ampio di quello brutale e primitivo di decapitazioni e crocifissioni a cui, spesso, si fermano i media.

Quella con l’Isis, quindi, non è e non potrà mai essere un’altra delle tante (e ripetute, e ripetitive) guerre – dirette o per procura – che l’Occidente (in scala più o meno vasta) ha ingaggiato nella zona. E’ invece lo scontro con un’utopia politica: Con un’intuizione potente e per questo seducente anche (o forse soprattutto) per quegli emigrati musulmani che da un condizione di emarginazione dovrebbero integrarsi nella società occidentale.

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