L’infrastruttura cultura

Ieri, in uno dei suoi innumerevoli tweet il Ministro Bray ha dichiarato che uno dei punti qualificanti del progetto Grande Progetto Pompei sarà il controllo di legalità sugli appalti.

Benissimo.

Riepilogando, le linee guida fondamentali del Grande Progetto Pompei, un intervento (105 milioni di euro di finanziamento tra Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale e fondi nazionali) che mira alla riqualificazione del sito archeologico di Pompei entro dicembre 2015, sono la riduzione del rischio idrogeologico, con la messa in sicurezza dei terrapieni non scavati, la messa in sicurezza delle insulae, il consolidamento e restauro delle murature, il consolidamento e restauro delle superfici decorate, la protezione degli edifici dalle intemperie – con conseguente aumento delle aree visitabili – e il potenziamento del sistema di videosorveglianza.

Indispensabile quindi, un rigido controllo sulla gestione delle gare di appalto. E non solo per la fin troppo scontata questione geografica legata alla presenza della criminalità organizzata. Ma anche per tutto quel sistema di corrutele che hanno caratterizzato e caratterizzano la gestione delle Grandi Opere in Italia.

Perché di questo parliamo, di una Grande Opera. L’importanza degli interventi sul patrimonio storico-archeologico, artistico ed architettonico in Italia devono essere considerati come interventi primari su una infrastruttura grazie alla quale si sviluppano i territori. Perché attorno a loro, e su di loro, possono caratterizzarsi, svilupparsi, rinascere economie e, di conseguenza, comunità. Quello di cui parlo è un’ottica unica di sviluppo che coinvolga trasporti, energia, telecomunicazioni e cultura. Che con Mo.Se,Tav, Salerno-Reggio Calabria, Reti metropolitane, Porti, definisca – seriamente e con convinzione – il recupero e lo sviluppo di Pompei, dell’area archeologica centrale di Roma, della valle dei templi e via dicendo.

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